“Ma per dov’è che stai partendo?” Questa è la domanda che regolarmente viene rivolta quando si decide di esplorare un paese con un turismo non di massa. Una meta nata dalla voglia di evitare l’affollamento turistico dei giorni di agosto, e dalla curiosità di scoprire un paese nuovo.
E così dopo aver scartato alcune destinazioni, l’attenzione è caduta su questa enorme nazione e dobbiamo ammettere che fino ad allora le nostre conoscenze su questo posto erano limitate: l’architettura particolare di Astana, il film Borat, il caso dell’espulsione della moglie del rivale politico del presidente ed il padiglione dell’Expo visto a Milano, ma nulla di più.
Ed è stata proprio la presenza all’Expo 2015 del Kazakhstan e la conseguente visita del loro padiglione, che ci ha dato l’ultima spinta in ed abbiamo pensato che alla fine poteva essere arrivato il momento giusto per andarci!
Spazi aperti infiniti, dune di sabbia, montagne, canyon, vallate con laghi e fiumi, villaggi sperduti, strade sterrate, ore e ore di viaggio nel nulla, un popolo sorridente e curioso, la capitale sempre più grande e strana... sono stati giorni intensi e mai uguali.
Il Kazakhstan ha tanto da dire ed è un paese ancora vergine da un punto di vista turistico, ma ancora da scoprire, poiché ha i giusti connotati per divenire una nuova meta molto gettonata. Il paese sta ancora vivendo un forte boom economico, che ha migliorato senza dubbio gli standard di vita, raggiungendo quelli occidentali. Infatti per mostrare la sua potenza è stato fatto nel 2017 un bellissimo Expo, dedicato alle fonti rinnovabili. Astana ha cambiato nome in onore del presidentissimo Nursultan Nazarbayev, vero trascinatore del paese verso una economia di mercato dalla fine del crollo del muro di Berlino. Immaginatevi una città nata dal nulla nel cuore della steppa, piena di grattacieli, strade rettilinee che corrono parallele tra loro e moderni centri commerciali, come la celebre tenda realizzata da Sir. Norma Foster, che ricalca in toto una vecchia yurta.
Dalla Piramide della Pace, adiacente la bella Moschea, si apre un panorama pieno zeppo di costruzioni di alta architettura, in cui si fondono differenti stili costruttivi, da quelli più classici, come il Palazzo Presidenziale, fino al Kazakhstan Central Concert Hall, dello studio italiano Nicoletti. La lunga passeggiata che corre rettilinea su di una ampia arteria, è piena di bar, ristoranti, centri commerciali e decorazioni floreali. La capitale Nur Sultan è ancora in costruzione e nella sua periferia si vedono i segni di un rapporto uomo-natura che ancora incide sul gentile popolo kazako, poiché passati i moderni super condomini, che hanno reinsediato parte dei cittadini, c'è la steppa immensa, che si perde a vista d'occhio.
Per arrivare ad Almaty prendiamo un volo e durante il sorvolo osservo dal finestrino come i paesaggi mutino: superiamo terreni coltivati per poi arrivare in luoghi più secchi fatti di rocce e steppa infinita interrotta solamente da laghi salati e singole case che appaiono sporadiche e collegate da strade sterrate che sembrano essere senza meta. L’aeroporto è piccolino, i controlli doganali rapidi ed uscendo ci imbattiamo subito nel problema principale di Almaty, il traffico. Ci mettiamo quasi un’ora per arrivare in centro, ma nel frattempo osserviamo la città e ascoltiamo le parole della nostra guida. L’ultima sosta è sulla collina di Kob-Tobe che domina la città dall’alto e durante il tragitto, camminando per le strade si iniziano a capire le prime cose: le distanze non sono così brevi, la pulizia è generale, tanto verde con piante e parchi e i tanti ristoranti/locali alla moda che occupano il piano terra dei palazzi del centro.
Arrivati in cima, troviamo un pò di gente a passeggio per sfuggire dal caldo e godersi una serata all’aperto e sorprende trovare una specie di luna park con ruota panoramica illuminata, autoscontro e altri giochi per bambini, venditori ambulanti, negozi di prodotti tipici, un mini zoo e una statua dei Beatles (saranno mai venuti qui??) insomma, un bel luogo per passare una serata diversa.
Poi c’è la vista dall’alto sulla città illuminata che da sola merita la salita! Ma è giunta l’ora della cena e abbiamo la prenotazione in un ristorante di alto livello con annessa terrazza panoramica; all’interno del locale la ricca Almaty con gente vestita bene, signore in “tiro”, numerosi e rumorosi i bambini, accompagnamento musicale locale, ed anche il cibo e il vino si rivelano essere di ottimo livello.
Il giorno seguente imbocchiamo una strada a due corsie sorvolata continuamente da enormi corvi e cornacchie nere. Costeggiamo sulla destra il grande lago artificiale Kapchagay, mentre ai lati sfavillano costruzioni esagerate: si tratta dei tanti casinò che danno il soprannome di piccola Las Vegas all'intera area.
Altyn Emel Reserve a km 200 di distanza ci aspetta. Il paesaggio è rurale e alterna colline verdeggianti sulle quali si arrampicano mandrie di mucche, cavalli, a prati all'inglese e zone di pascoli dove brucano greggi di pecore e capre, a distese brulle tipiche della steppa. Ogni tanto un'area abitata da pastori e contadini che vivono in case dai tetti spioventi di alluminio, il materiale meno costoso per realizzarli e importante per la non aderenza della neve. Ci fermiamo per il rifornimento di benzina, dove veniamo circondati da persone che ci guardano incuriosite, mentre la nostra sorpresa è scoprire che un litro di carburante non arriva a costare € 0,80, prezzo per noi incredibile!
A mezzogiorno circa arriviamo nel paesino omonimo della riserva e durante la sosta per il ritiro dei biglietti presso l'ufficio-museo ci mostrano un condor/avvoltoio e un barsuk imbalsamati, le corna e i teschi di un jairan e del suo simile stambecco. A poca distanza una guest house dove alloggeremo e consumeremo subito il pranzo: kespé ossia brodino caldo piccante dentro al quale galleggiano spaghetti fatti a mano, pezzetti di peperone, aglio e cipolla e kuirdàk (spezzatino) con pollo e patate.
Tutto molto gustoso, con contorno d’insalata di pomodori, cetrioli, rapa e peperone. Per dolce uvetta sultanina e biscotti e come bevanda il chay ossia tazza di tè bollente. La casa è ricoperta di moquette, sopra la quale sono stesi tappeti dalle più differenti forme colori e dimensioni. Si entra rigorosamente scalzi sia nelle aree comuni sia nelle spaziose stanze a due letti, molto pulite, dotate di bagno e semplice mobilio. Il biglietto della riserva dà diritto a vedere quattro siti: le dune cantanti, i monti Aktau, quelli Katutau e il cimitero delle tribù Sac risalenti al III secolo a.C.
Nel pomeriggio raggiungiamo le dune cantanti, montagne di sabbia desertica alte circa 150 metri e lunghe 1,5 km, formatesi, per un gioco del vento, in mezzo alla steppa. Con un pò di fatica e divertimento ne scaliamo una e la vista è superba! La loro notorietà è per il fenomeno naturale, pare unico al mondo, del suono di un organo che emettono quando soffia forte il vento o quando scendiamo a valle battendo i piedi o scivolando sul sedere ed è vero! Altra curiosità è la lunghissima ombra che proiettano i nostri corpi. Dopo molte foto e risate, pieni di polvere dorata e sudaticci rientriamo in paese fermandoci a curiosare negli unici due negozi, riforniti di tutto e di niente.
La merce in vendita va da blocchi di burro a shampoo passando per le uova e le galline vive… Siamo in un posto turistico, ma qui d’italiani ne hanno visti ben pochi per cui la nostra attenzione attira gli sguardi di ospitalissime persone che allegramente ci salutano. Tutti hanno una bella stazza, sorridono mostrando i diversi denti d'oro e invitano i figli a posare con noi. Mille “contraddizioni”: donne con lunghi vestiti di pelliccia sintetica leopardata con appesi al collo cellulari moderni, antenne paraboliche su baracche di fango e paglia, costose auto 4x4 parcheggiate davanti stalle fatiscenti.
Per cena, le signore che gestiscono la guest house ci preparano un gustoso piatto unico con spezzatino, orzo, penne e riso bolliti e ci portano anche le birre finalmente messe in frigorifero!!!! La serata si conclude in allegria con dei nostri compagni di viaggio che ci deliziano con un tango e le signore si congedano sorridenti lasciandoci le chiavi della casa solo per noi. Nei giorni seguenti visitiamo i dintorni e poi partiamo per il Charyn Canyon distante 230 km che percorriamo in tre orette piene. Le strade non sono segnalate, i pochi cartelli sono scritti con caratteri russi, e penso che da soli sarebbe stato impossibile orientarci. L'entrata al Charin Canyon, come in tutti i parchi, ha un presidio militare.
L’incantevole visione di quella che chiamano La Valle dei Castelli, vecchia di 12 milioni di anni, porta il pensiero inevitabilmente al Gran Canyon americano, ma piuttosto che scoiattoli, fanno capolino dalle tante buche sul terreno i tushkan, topolini dalla lunga coda gialla. La forma delle profonde scogliere verticali create dal vento, dal sole, dalla pioggia è incantevole e la passeggiata all’interno ci porta via un’intera mattinata, mentre, dopo il pranzo nel ristorante che si trova alla fine del canyon, decidiamo di rifare il percorso di rientro con dei camion aperti che ci permettono comunque di guardare e fotografare.
Da menzionare anche Tamgaly è una zona archeologica immersa nel nulla, nel mezzo della steppa, dopo 50 chilometri di strada a buche, che somiglia più ad uno sterrato che ad una strada vera e propria, dove anche la riga di mezzeria è a zig zag, gli uomini dell’età del bronzo hanno lasciato un segno indelebile e molto nitido della loro permanenza nella steppa, hanno inciso sulle pietre pezzi di vita che raccontano molto di più di semplici scene di vita quotidiana.
I segni e disegni incisi si chiamano Petroglifi. Con questa visita salutiamo il Kazakhastan, e da Almaty prendiamo un volo per Bishkek, la capitale del Kirghizistan dove trascorreremo gli ultimi tre giorni. E’ bene precisarlo subito che ci accorgiamo che il Kirghizistan non va bene per chi ha bisogno di comfort, le città sono poche, le banche e gli uffici di cambio ancora meno; solo le strade principali sono asfaltate e spesso i cellulari non prendono.
Ma è facile da raggiungere in aereo e ha una qualità che pochi altri possono vantare: ogni chilometro quadrato del suo territorio è meraviglioso. E allora d’estate vale la pena di osare quello che nel resto dell’anno risulta impossibile, ovvero entrare nel Paese, dal Kazakistan. La capitale Bishkek ha come uniche attrattive i palazzi e le statue di origine sovietica, mentre la millenaria Osh, al confine meridionale con l’Uzbekistan, è un reticolo afoso di case basse, mercati e cambiavalute. Il paesaggio per spostarsi da una regione all’altra è sempre strepitoso, con fiumi che scorrono tra gole rocciose, laghi turchesi e vette innevate all’orizzonte In due ore di automobile si raggiunge l’Issyk-Kol, il secondo lago alpino più grande al mondo, celebre per non ghiacciare nemmeno in inverno nonostante i 1600 metri d’altitudine. Sono lontani i tempi della guerra fredda, quando la regione era interdetta ai non residenti perché il lago era una base di test militari dell’esercito sovietico. Ora l’Issyk-Kol è una destinazione turistica con hotel e resort, e un piccolo aeroporto, intorno alla cittadina di Cholpon-Ata, capitale di una movida balneare che fa del “trash” il suo tratto distintivo con orde di turisti russi e kazakhi, moto d’acqua e bancarelle di magliette.
Per i turisti occidentali può risultare incredibile, ma è un’occasione per trovare bancomat e qualche negozio aperto per acquistare souvenir. Nella strada che costeggia il sud dell’Issyk-Kol le folle di turisti non sono ancora arrivate e la vita dei kirghizi prosegue secondo la tradizione. L’ultima visita è alla torre di Burana e se le ricerche archeologiche affermano che si tratta di un minareto, l’origine della torre di Burana a Tokmok , secondo una leggenda locale, è un’altra…:
“C’era una volta un khan ricco e potente che aveva una bellissima e adorata figlia, Monara, che voleva preservare da ogni brutta esperienza. Un giorno chiamò a corte tutti i chiaroveggenti del paese per far loro predire il futuro della giovane; tutti predissero un futuro ricco e felice, tranne uno. Un vecchio saggio, infatti, dichiarò: ‘Posso dirti solo la verità anche se per questo tu mi farai uccidere. Il fato di tua figlia è molto triste. Quando compirà 16 anni un ragno velenoso la pungerà e lei morirà’. Il khan si adirò molto, ma non volle ignorare la predizione. Fece così costruire un’alta torre dove in una piccola cella incarcerò il vecchio saggio, ma dove, in un’ampia cupola in cima alla torre, fece isolare anche la sua sfortunata figlia. La ragazza crebbe, sempre rinchiusa nella torre, guardando fuori dalle 4 finestre costruite nella cupola; i servi le portavano il cibo in un cesto salendo una scala posta all’esterno della torre e prima di salire venivano ispezionati affinché alcun ragno potesse nascondersi tra le loro vesti. Quando la ragazza compì 16 anni, il khan era così felice che la predizione non si fosse avverata che decise di festeggiare la giornata con un regalo e le portò una cesta di grappoli d’uva che la ragazza prese con gioia dopo avere baciato il padre. Ma appena preso il frutto, la ragazza cadde a terra e morì; dalla cesta scappò via un brutto ragno nero. Il dolore del khan fu terribile e si mise a singhiozzare così forte che la torre iniziò a tremare e la cupola crollò, creando la rovina della torre di Burana che vediamo oggi in Kirghizistan.”
E con questa triste e romantica storia lasciamo il Kirghizistan con un volo che da Bishkek via Istanbul ci riporta in Italia… pronti per una nuova avventura di viaggio…

CHIARA P.